SeeStan ChapLee

Thursday, February 19, 2015

Tolkien, "The Fall of Arthur" 1: 110b - 136

- - - - - - - - - -   Qui calò il tramonto
e la luna velata di bruma   passò piano piano
tra venti devastanti   sù nei vasti cieli,
dove tranci di tempesta   sfilavano tra le stelle.
Fluttuarono i falò,   fragili lingue dorate
sotto candide colline.   Nell'ampio crepuscolo
scintillavano spettrali,   sorgendo dal suolo
come elfiche escrescenze   tra le erbe d'autunno
in cavità nascoste   ai mortali tra le colline,
le tende di Arthur.
                                 Il Tempo trapassò.
Spuntò un'alba scura,   a mezza luce livida,
baluginando senza sole   su tenebrose alture;
nel giorno che gemeva,   il vento svanì.
Cadde un cupo silenzio.   Dal fondo delle valli
la nebbia, snodandosi,   fluttuava all'insù;
fiochi vapori, deformi,   umidicci, affogarono
le colline sotto il cielo;   cavità e insenature
affondarono a picco   in un abisso infinito.
Alberi inarcati    con rami attorcigliati
(come alga acquatica   in un mare immoto)
minacciavano nella nebbia   soldati sperduti.
Il gelo giungeva ai cuori   dei cavalieri accampati
ai margini di Mirkwood   ai piedi dei monti.
"Sentivano" la selva   pur nascosta nella nebbia;
fiochi erano i falò.   Gli prese i cuori la paura
in attesa tesa,   in quell'orizzonte d'ombra,
di un nemico senza nome,   tutti tacendo.