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Sunday, April 5, 2015

Tolkien, "The Fall of Arthur" 2: 178-213

Pian piano fu buio.   La spoglia luna
spuntata subitanea   dalle nubi, sopravveste
strappatale dalla tempesta,   tra le stelle
nuotava tranquilla.   Al galoppo sincopato
correvano cavalieri.   Clangore di zoccoli,
di lance affilate   niellate in argento.
Lunghe leghe indietro,   a fondovalle,
le luci di Camelot   si fecero fioche e spente;
di fronte la foresta   e più avanti, acquitrini,
sentieri scuri, incerti.   La paura spronava.
I lupi vegliavano   battendo i boschi;
la cerva, cacciata   dal nascondiglio, appena
scansava la presa,   tremante di terrore,
impaurita e inseguita,   lei che fu capobranco
e per lei maschi maestosi   in scontri cornuti
avevano lottato a lungo.   Ora lei scappava,
sua grazia Guinever,   in grigio mantello,
ombra nell'oscurità,   via di soppiatto da palazzo.
Un pugno di prodi   le procedevano accanto,
suoi fidi seguaci   da tempi ormai passati,
quando lei da Leodegrance   a Logres andò
sposa a uno sposo   degno e tutto d'oro,
nell'aurora abbacinante   di Arthur il grande.
Ora verso torri solitarie   e terre deserte,
là dove Leodegrance   (troppo tempo prima)
banchettava trionfante   alla Tavola rotonda,
lei ritornava in cerca   di un freddo porto,
di un covo incerto.   Cupamente nel cuore
le aleggiava Lancelot:   così lontano, avrebbe
mai saputo della sua sorte,   stanata dai lupi?
Se il Re fosse morto,   cibo per cornacchie,
Lancelot avrebbe ascoltato   il grido della Regina,
correndo alla riscossa?   Guinever la bella,
mica solo Mordred,   sapeva dominare il fato
e deviare i flutti del Tempo   per i propri scopi.