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Sunday, May 24, 2015

Tolkien, "The Fall of Arthur" 3: 193-228

Spuntò un sole sfocato.   Su spiagge grigiastre
la spuma scintillava   fioca e fantasmatica;
diminuiva la marea,   smoriva la tempesta.
La luce balzò su   dalle lunghe ombre
e deambulando sull'acqua   accendeva le onde
come cristallo con   sfumature smeraldo-argentee.
In sonno pesante   davanti al davanzale
languiva Lancelot,   solitario e sognante,
col capo reclinato   contro la svelta vetrata.
Poi aprì gli occhi   alle prime luci del giorno:
il vento virava ancora   per il vasto cielo
aleggiando lassù,   ma sull'umile terra
era piombata la pace.   Le polle riflettevano
l'astro angolatissimo,   screziate d'argento;
asperso dalle acque,   il mondo ammiccava;
allodola chiamava allodola   tutta allegra.
Gli crebbe il cuore   come se un gran peso
fosse svanito.   In piedi,  senza compagnia,
con l'oro dell'aurora   che gli ornava il viso,
sentì risorgere   un canto a lungo sepolto
che echeggiava nel cuore   come un arpeggio.
E là Lancelot,   piano piano, sottovoce,
cantando a sé solo,   salutò il sole:
dal buio, abbagliante   saliva la Vita
nella cupola del cielo,   schivando la Morte.
Sì, i tempi trascorrevano,   mutavano le maree,
sui colli rischiarati   la Speranza correva
a svegliare gli stanchi,   ora e per sempre.
Lancelot non capì l'ora:   mai più quell'ora
sarebbe sopraggiunta,   tonante di tempesta,
chiamando alla guerra   con gli squilli del vento.
I fiotti della Fortuna   rifluivano all'indietro,
la piena era passata   scivolando via in silenzio.
Lo chiamava la Morte,   il giorno del tramonto
oltre il limitare del tempo,   per mai più tornare
sui sentieri dei vivi,   né ora né per sempre.