SeeStan ChapLee

Saturday, June 27, 2015

Tolkien, "The Fall of Arthur" 4: 188-230

Gawain ghermì   e fece cantare la chiarina,
lanciando tra di loro   il suo gran galeone
dai riflessi d’oro,   come a cavallo del lampo
sospinto da scirocco.   Lo seguirono
gli alleati da Lothian,   Lord e capitani.
Remi in frammenti,   ferro contro fiancate,
sartie tranciate.   Con fragore assordante
alberi maestri abbattuti   come abeti
crollarono tra echi   sul campo di battaglia.
Gawain diede di piglio   a Galuth l’atroce,
sua famosa spada   (fabbri fatati, prima
dell’Era di Roma,   la incisero di rune
e ne affilarono l’acciaio   forte e fatale),
e si fiondò come fiamma   munita di fiamma.
Il gran re di Gothia,   sulla prua a ghirigori
lui lo liquidò   e lo lanciò tra le onde;
sui Lord del Lochlan   poi lampeggiò,
debellando elmi   dalla cima di cinghiale
e pavesi pagani.   Potente la sua voce
gridava: “Per Arthur!”.   Tremava l’aria,
ripetendo le parole,   ampliandole per mille.
Come paglia nella tempesta   o fiori falciati
da mietitori impassibili,   come umidità
avanti all’alba   nella calura cocente
arretravano gli avversari   da lui atterriti.
Da ponti e alberature   precipitavano
e affogavano in acqua,   anime perdute.
Imbarcazioni incendiate,   invase dal fumo;
alcune, ma a pezzi,   arrivano a riva.
Spuma scarlatta   macchia gli scogli.
Scudi giacciono a galla   in cento schegge,
ridotti a relitti.   Pochi salvano la pelle,
spezzati e sanguinanti,   e scappano.
Così arrivò Arthur   al proprio regno
guadagnandosi il guado   grazie alle armi,
grazie a Gawain.   La sua gloria brillò
come il pianeta di Apollo   quando picchia,
alto sui nostri apici,   arrivando allo zenit
prima di precipitare.   Il Fato filava,
mutava la marea.   Assi in frammenti,
uomini morti in mare,   neri rottami
lasciati marcire a lungo   sul litorale;
affioravano dalle acque   rocce rossicce.